|
Stavo parcheggiando la macchina quando cominciarono a scendere le prime gocce d’acqua. Come al solito nella mia auto si poteva trovare di tutto, dal pacchetto di caramelline ai fazzolettini di carta; dal libro da leggere (per un eventuale blocco stradale nel quale avrei potuto incappare) alle crocchette per gatto da utilizzare per un recupero micio in pericolo.
Ma non un ombrello.
<non fa niente> mi dissi sorridendo e pensando che qualche goccia d’acqua non aveva mai ucciso nessuno.
Proprio vicino a me stava parcheggiando la mia vicina di casa. Aveva spento il motore e stava armeggiando alla ricerca di qualcosa fra i vari sacchetti appoggiati sui sedili posteriori. La osservai mentre cercava di non procurarsi uno strappo muscolare in quella strana posizione. Poi si arrese e si appoggiò al sedile di guida, guardando verso il parabrezza sul quale ticchettavano le famose prime gocce di pioggia. Sembrava esausta e distrutta.
Scesi dalla mia auto e le bussai leggermente sul finestrino dicendo <tutto bene?>. Lei fece un salto e si portò la mano sul cuore: <Sei matta?> mi chiese con gli occhi sbarrati <Vuoi farmi prendere un accidenti?>
Andò a finire che ci inzuppammo tutte e due, io che mi ero fermata ad aiutarla a portare in casa i suoi sacchetti della spesa e lei che si incasinava sempre più fra l’estrarre i sacchetti, passarmeli, decidere che quello no, doveva restare in macchina perché era la roba della lavanderia che non era riuscita nemmeno quel giorno a consegnare…..
Ci salutammo sulla porta di casa mentre lei continuava a dirmi <Grazie, scusa sai, ma non so come sono sempre di corsa e non riesco a fare tutto e mi sento così stressata che ho paura che mi verrà un attacco d’ansia se non riesco a preparare la cena in tempo, sai a mio marito piace mangiare ad un certo orario e se sono in ritardo finisce che discutiamo …..>
Rientrata in casa ringrazia il cielo di non avere un marito che pretende la cena pronta …ma poi mi fermai a riflettere, e a ricordare.
C’era un tempo in cui anche io ero sempre di corsa, il tempo non bastava mai e forse il marito non si arrabbiava per l’orario della cena, ma si finiva comunque per discutere e litigare. Ricordo ancora quante volte durante il giorno usavo la frase “sono proprio stressata”. E ricordo quando successe la prima volta, il mio primo attacco d’ansia. Quel respiro che si faceva sempre più veloce e corto, il cuore che sembrava voler uscire dalle tempie, le mani che tremavano e non riuscivano a infilare la chiave nella toppa della porta di casa.
Sembra un film giallo vero?
Ci si aspetta che l’assassino compaia da dietro l’angolo e….
E invece non è un film, è “solo” un attacco d’ansia. Arrivano quando permettiamo allo stress di prendere il sopravvento.
Non sono un medico e nemmeno una psicologa, quindi non troverete qui di seguito indicazioni su come vincere gli attacchi d’ansia, ma solo la mia personale esperienza, da “paziente” a “paziente”.
Mentre riflettevo sulla mia vicina di casa cercai di ricordare come era potuto succedere anche a me e come ne ero uscita.
Mi era successo per il motivo più banale e più diffuso che c’è: non ero felice. Non ero nemmeno infelice, forse. Non mi trovavo certo in un periodo dove dovevo gestire un grave lutto o dove la mia vita era in pericolo, anzi. Quelle esperienze le avevo vissute e superate.
No, la mia vita allora sembrava scorrere, agli occhi di uno spettatore esterno, su normalissimi binari. Avevo una casa, un marito, un buon lavoro. Cosa potevo volere di più?
Eppure da mesi mi sentivo nervosa, scattavo per un nonnulla, ero spesso di malumore. E, sempre, in ritardo sulla tabella di marcia. Anche se un giorno si presentava particolarmente libero da impegni, riuscivo comunque a non “farcela” in tempo, come se, per un malefico destino, i problemi si autogenerassero anche durante un week end di riposo.
Quella sera, quando alla fine riuscii a infilare le chiavi nella serratura, entrare in casa e chiudere la porta dietro di me, anche se sapevo perfettamente che non c’era nessun assassino che mi inseguiva, mi lascia andare e crollai sul divano, con il fiato corto e il cuore che batteva forte forte.
Fortunatamente mio marito era fuori e così mi feci un bel bagno caldo e decisi che qualcosa non andava e che avrei dovuto capire cosa.
Fortunatamente i miei studi di biologia mi aiutarono a fare i primi passi. Sapevo quali fenomeni fisici erano alla base dei sintomi che provavo, conoscevo la storia dell’amigdala e delle reazioni allo stress.
Ma una cosa è studiarle su un libro, un’altra è provarle di persona. Si crede sempre che certe cose possano accadere solo agli altri, si crede di essere immuni. E si sbaglia.
Quella sera feci il mio primo passo per “guarire”: mi sdraiai comodamente a letto con un bel quaderno nuovo e una penna. E cominciai a scrivere. Divisi le pagine in due parti, da una parte scrivevo tutte le cose che stavo vivendo, dalla mia esperienza lavorativa a quella familiare, dalla mia salute a come mi sentivo io, nel mio corpo. Analizzai tutto quello che faceva parte della mia vita, senza recriminazioni, in modo molto spontaneo e naturale, lasciando fluire le mie sensazioni sul foglio, come me le stava dettando il mio inconscio, non come le avrebbe elaborate il mio conscio, trovando mille scuse e cento perché.
Non era una lettera di accusa ne’ verso me stessa ne’ verso il mondo o il destino.
Era una lista, semplice e pulita, di tutte le cose che ero, che avevo e che stavo facendo nella mia vita.
Finita la lista ricominciai da capo, ma, stavolta, leggendo frase per frase, e, nella parte bianca del foglio, scrivevo vicino ad ogni concetto, se mi andava bene così, se era quello che davvero volevo. Se qualche frase mi lasciava perplessa e non riuscivo a capire se mi andava bene o no, semplicemente chiudevo gli occhi e cercavo di immaginarmi di lì a 10 anni nella stessa situazione, mi sarebbe andato bene? E a quel punto la risposta sorgeva quasi spontanea. Bene, bene ….dopo quel lavoro di “indagine” fu molto più semplice capire perché mi sentivo stressata da così tanto tempo e perché la mia mente stava cominciando a reagire a tutto quello stress continuo con i primi attacchi d’ansia.
Per forza, nella mia lista c’erano molte più cose che non mi andavano bene, che non rispecchiavano quello che io davvero volevo, rispetto a quelle che mi risultavano congeniali.
E la soluzione era davanti ai miei occhi (e alla mia mente): dovevo cominciare a cambiare almeno alcune delle cose che non mi andavano bene. Non sarebbe stato facile, ma almeno la soluzione era lì, e chi ben comincia è a metà dell’opera. Ho raccolto anni di studio e di esperimenti su me stessa in un Manuale che potrebbe esserti utile. Se vuoi saperne di più clicca il titolo La Mappa della Felicità
|