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Mi sono presa una settimana sabbatica e ho “girottato” fra forum e blog. Mi sono divertita, ho chattato, lasciato post ma mi sono anche incazzata. E lasciatemelo dire!
Ovviamente non sto parlando delle pagine dedicate ad argomenti specifici o tecnici (viaggi, computer, hobby) ma di quegli spazi lasciati ad argomenti liberi, dove ognuno può scrivere quello che più gli interessa. Insomma quei posti dove ti aspetti di trovare quello che ci interessa veramente, quello che abbiamo dentro, dalla voglia di piacersi di più, alla ricerca dell’altra metà della mela, dal desiderio di condividere emozioni, alla voglia di trovare soluzioni. Salvo alcune eccezioni, ho trovato migliaia di “ciao ciao, bacini bacini, amore amore” (e questo lo posso anche capire, ormai Internet è diventato un alter ego gratuito degli sms); ma, e questo mi ha proprio fatto inc…, ho trovato un sacco di lamentele, di piangersi addosso, di sfortune, di invidie rabbiose e di speranze che il futuro sia migliore, tutte scritte li, con decine di risposte sullo stesso tono, buttate li, come se tutto quello che ci succede sia dovuto alla sfortuna, al caso, al governo, al capoufficio, al marito, alla moglie, al figlio, alla suocera, al vicino di casa, al gatto, e al buco nell’ozono! Ma dove è andata a finire quel po’ di sana autocritica? Almeno un po’ di voglia di vedere se c’è una soluzione. Un esempio piccolo piccolo: un ragazzo apriva la discussione con “aiuto, ho perso il lavoro!” e c’erano almeno una ventina di risposte al suo post. Tutte, ma dico tutte, che dicevano “anch’io” o, nella migliore delle ipotesi, “io non ancora, ma sono a rischio”. Ce ne fosse stata una con un po’ di positività, magari qualche suggerimento su come fare un curriculum che viene letto, qualche sito da visitare per trovare annunci, qualunque cosa che non fosse un—consolati, sono anch’io nella stessa barca—Come se questo fosse un reale aiuto. Ma io ti aiuto se ti do un suggerimento per risolvere il tuo problema, non certo se vengo ad affogarmi con te in questa valle di lacrime. Ma possibile che sia sempre “colpa” della sfortuna e del destino malefico? Intendiamoci, non voglio dire che dobbiamo metterci tutti in fila, cospargerci la testa di cenere e recitare il mea culpa. Ma nemmeno convincerci che “il problema” sta sempre in qualcosa o qualcuno esterno a noi. Così facendo ci tagliamo le gambe da soli, letteralmente. Certo che ci sono delle situazioni fuori dalla nostra portata. Se piove, posso prendere l’ombrello, ma non posso pretendere che smetta di piovere. Il clima di oggi non è sotto il mio controllo. E se non è sotto il mio controllo, il mio cervello, semplicemente, non si attiva per cercare soluzioni. Ed è un giusto risparmio energetico da parte della nostra mente. Ma non possiamo comportarci così sempre, perché se invece della pioggia prendiamo, per esempio, un problema nella relazione con il proprio capo, e partiamo dal presupposto che sia sempre e solo colpa sua, anche in questo caso, come per la pioggia, il nostro cervello non si attiverà per trovare le soluzioni. E questo è grave e pericoloso! E gli esempi sono molti: la mia relazione non mi appaga? E’ colpa del mio compagno. Il mio stipendio non basta più? E’ colpa dell’euro. Non ho tempo per i miei figli? E’ colpa del lavoro. Non riesco a realizzare le cose che vorrei? E’ colpa del tempo che non basta mai. Capite cosa intendo? Qui il rischio è grosso! La causa-colpa è esterna a noi e quindi il nostro cervello non si attiva. Se il nostro cervello non si attiva, non troverà mai una soluzione. Non sono le cose che ci succedono che determinano la nostra vita, ma come agiamo rispetto alle cose che ci succedono, quello si determina il nostro presente e il nostro futuro. Un post su un forum mi ha fatto ricordare una bellissima preghiera di San Francesco che più o meno diceva—Dammi la pazienza di accettare le cose che non posso cambiare; il coraggio di cambiare quello che posso cambiare; la saggezza per distinguere le une dalle altre—e quanta verità in queste semplici parole. La versione di oggi sembra diventata—Dammi la pazienza di accettare le cose che non posso cambiare; l’apatia per non andare nemmeno a valutare cosa potrei cambiare; e un buon telecomando per non farmi pensare ne’ all’una ne’ all’altra—che tristezza! Troppe persone oggi accettano tutto come inevitabile e non si chiedono nemmeno più cosa veramente le renderebbe felici. Allora, caro San Francesco, non so se la saggezza è al massimo, ma io sono convinta che questo atteggiamento di menefreghismo si possa cambiare, quindi il mio impegno è quello di rendere questo sito pieno di idee, stimoli, suggerimenti, informazioni per migliorare tutto quello che ogni essere umano vuole e può migliorare. E se piove, non importa!
Pat
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