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Entra nelle nostre case attraverso la TV; ci colpisce dalle prime pagine dei giornali; se ne parla attoniti durante le pause lavoro. Dolore, tristezza, rabbia. E ansia. Normale reazione. Poi, inevitabilmente, si dimentica. Ma c’è un prezzo che ciascuno di noi paga e continua a pagare, anche a distanza di anni, anche quando crediamo di non ricordare più. E questo prezzo è sempre più alto……
Per assurdo, certe volte si arriva anche a “scherzarci” sopra, dicendoci che è la TV che senza tragedie e attentati non potrebbe mantenere l’ audience. Forse e' un modo di ironizzare sullo stato ansioso che proviamo dentro. Di sicuro tutti noi restiamo come incollati di fronte al susseguirsi delle immagini e delle notizie. Sorge dentro come una curiosità morbosa; come per i film dell'orrore, ma questi non sono fiction. E tutta questa violenza, questo sangue, questa morte entrano nella nostra mente e gli effetti possono essere devastanti, più della violenza stessa. Quale è il prezzo che paghiamo? Pensate che sia solo l’ angoscia nel pensare alle famiglie dei ragazzi morti su una strada così lontana dalla loro casa? La tristezza che ci resta dentro dopo aver ascoltato le ultime rivelazioni sul piccolo Tommy? La nausea di fronte alle macchie di sangue che secca sul pavimento del ristorante squarciato dalla bomba? Il ribrezzo ascoltando le ultime statistiche sulle violenze sessuali sui bambini? Il prezzo che ciascuno di noi paga per ogni tragedia, per ogni disastro, violenza e morte è molto più alto. Questo prezzo lo paghiamo spesso senza rendercene conto. E nel futuro più che nel presente. Perché ammettiamolo, la tristezza e la nausea sono direttamente proporzionali al tempo che la TV dedica a quel dato fatto; vanno a braccetto con la prima pagina. E come il sipario cala, perché non c’è nulla di nuovo, o perché c’è qualcosa di più nuovo da “cavalcare”, quella tragedia, quel dolore e quel lutto resterà per sempre solo nelle persone direttamente coinvolte. Noi dimentichiamo. Ma ne siamo sicuri? Abbiamo visto ultimamente i servizi su Chernobyl 20 anni dopo. Chi ci pensava più? Certo la madre bielorussa che ha visto i suoi figli ammalarsi. Ma noi no. E da un certo punto di vista è giusto e salutare che sia così.
Infatti il nostro potentissimo cervello attua un sistema di difesa basato, anche se è brutto dirlo, sull’ abitudine. Dopo 10, 20, 100 volte, quelle macchie di sangue sembrano tutte uguali, come le lacrime, come il dolore, come lo sdegno. Ci si abitua a tutto, anche alle cose peggiori. E i media ci “aiutano” in questo. Ogni angolo del mondo ormai, anche il più sperduto, entra nelle nostre case con i colori vividi della nuda realtà. Una realtà di violenza e dolore che viene sbandierata, analizzata, riproposta, ripetuta tante di quelle volte e molto di più di una bella notizia. D’altra parte si sa, le belle notizie non fanno audience, quelle brutte, invece, incollano il telespettatore. E così ognuno di noi è affondato nel fango di Banda Aceh nei terribili giorni dopo il maremoto, ognuno di noi ha sentito esplodere le finestre delle Torri Gemelle, ognuno di noi ha visto le macchie di sangue vicino ai pesci colorati dell’artigianato. Ma ognuno di noi ha dimenticato. In superficie. Ma dentro la nostra mente qualcosa di molto più grave, più grave dello stupore e del dolore immediato, accade e condiziona il nostro futuro e nemmeno ce ne rendiamo conto. Vediamo come. Scientificamente parlando le nostre idee, le emozioni, le credenze, le abitudini mentali, gli atteggiamenti, non sono “altro” che un meraviglioso e complesso reticolo fatto di cellule nervose e mediatori biochimici. Di cui quasi tutto si è scoperto negli ultimi anni. E quel quasi tutto è ancora molto poco. Ma una cosa ormai è stata confermata da decine di esperimenti: il nostro inconscio memorizza tutto, anche quello che noi non crediamo di vedere perché non lo notiamo; non pensiamo di sentire, perché non stiamo ascoltando. O speriamo di aver dimenticato. Da quando siamo nati, ogni immagine, ogni rumore, ogni odore, ogni pensiero che è entrato nel nostro cervello ha attivato delle cellule nervose. La nostra mente poi, per non “sprecare” spazio ed energia, ha cominciato a catalogare tutto quello che ci arriva per similitudine. Per capirci meglio: immaginiamoci una foresta vergine dove arrivano i primi Esploratori. Non esiste nessuna strada e i nostri esploratori la devono aprire a colpi di macete. Dopo i primi esploratori arrivano i Coloni che, seguendo la traccia lasciata dagli Esploratori, la trasformano in strada. Più Coloni passano e più la strada diventa grande e ben tracciata. Poi arrivano nuovi Esploratori, da un paese nuovo, diversi dai primi esploratori, e la storia si ripete. I nuovi esploratori apriranno la prima traccia di sentiero e tutti i Coloni dello stesso paese, seguiranno la traccia dei loro Esploratori, trasformando la traccia in sentiero e poi in strada maestra. Tutto logico fin qui? Bene, il cervello funziona nello stesso modo. Le prime sensazioni che un bambino prova, entrano nel suo cervello come gli Esploratori che tracciano il primo sentiero. Poi tutte le sensazioni simili, così come i Coloni, seguiranno la traccia e la trasformeranno, col loro passaggio in strada sempre più grande. Usando un po’ di fantasia potremmo vedere nel nostro cervello tante strade principali quante sono le sensazioni di base: Autostrada della Paura Autostrada della Gioia Autostrada dell’ Amore Autostrada del Dolore Autostrada del Successo Autostrada della Delusione ……. E ogni nuova sensazione entrerà nel nostro cervello seguendo l’Autostrada più simile: una nuova notizia che ci spaventa andrà ad incanalarsi sulla Autostrada della Paura; una nuova emozione che ci dà piacere andrà sull’Autostrada della Gioia e così via. E ogni volta che una strada viene percorsa da una emozione, da un pensiero, da una informazione, quella strada diventa più grande, meglio asfaltata, più conosciuta. Tutto logico fin qui? Ma cosa succede quando alle porte della nostra mente si presenta un pensiero complesso, che ha bisogno di elaborazione, come per esempio una decisione da prendere, una scelta da effettuare, un dubbio da risolvere? Quello che succede è che, così come un automobilista che non conosce la strada istintivamente sceglie quella più grande, questo pensiero seguirà l’ Autostrada mentale più grande, quella percorsa da più pensieri. Ed eccolo qui il prezzo da pagare! Se la nostra Autostrada del Dolore e della Paura è più grande dell’ Autostrada della Gioia e del Successo, di fronte ad un dubbio, ad una scelta, ad una decisione ci faremo condizionare negativamente ed invece di analizzare in modo obiettivo i pro e i contro, ci lasceremo prendere dalla paura, dal timore di fallire, di provare dolore. Quante opportunità di conoscere nuovi amori, di intraprendere nuove attività, di crescere attraverso nuove esperienze, ci siamo persi per la Paura di perdere invece che di vincere? Immagino che molti possano a questo punto pensare: e io che ci posso fare? Mica si può cambiare il mondo e le sue storie di violenza o andare a vivere in cima ad una montagna per evitare di essere raggiunti dalle notizie negative. Certo che no. Ma qualcosa si può fare, un passo alla volta. Per esempio spegnere ogni tanto la TV; evitare di chiacchierare con amici e colleghi quasi esclusivamente di cose che “non vanno bene”; smettere di parlare con noi stessi usando frasi abitudinarie come “non me ne va bene una; tanto lo so che non ci riesco; sono proprio sfortunato ….” E cominciare a dedicare un po’ di tempo alla costruzione della quarta corsia per le Autostrade mentali positive, magari con qualche buona lettura, con un corso sul Pensiero Positivo, guardando film o documentari che raccontano storie di successo, di gioia, di allegria e di tutte le cose belle che sono successe, che succedono e che succederanno. Perché le storie positive ci sono e conoscerle non solo ci aiuta a bilanciare l’ overdose di negatività a cui ogni giorno siamo sottoposti, ma ci permetterà di non farci sopraffare dalla paura di vivere.
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